Strano interludio: Giacomo Manzù e Lucio Fontana

BarbaraGiacomo Manzù e Lucio Fontana in “Dialoghi sulla spiritualità” a cura di Barbara Cinelli (che purtroppo non sono io), in mostra sino al 5 marzo al museo di Castel Sant’Angelo in tandem con la Fondazione Manzù di Ardea. Due Artisti palesemente antitetici, l’uno caratterizzato da un’asciutta strutturazione plastica, l’altro strenuo “cacciatore dell’invisibile” con i suoi famosi “tagli” oltre lo spazio, ma paradossalmente uniti dal tema del “Sacro” molto sentito e vissuto da entrambi. Non un connubio dunque, bensì un ipotetico dialogo nel farsi interpreti della spiritualità.
Sono gli anni bui del primo dopoguerra, appaiono le immagini laceranti degli orrori della Shoah, gli stermini dei campi di concentramento e ancor peggio il massacro umano delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Dov’è Dio, ci chiediamo tutti, che Dio misericordioso è se ha permesso tutto questo! E’ il Dio che si è fatto uomo per addossarsi tutti i mali del mondo e ha sacrificato la carne della sua carne per redimere l’umanità. E’ il “Cristo nell’atto della deposizione” scolpito da Manzù, scarnificato e nudo, macabro nel suo penzolare dalla croce con ancora una mano inchiodata, deriso e beffeggiato dal suo aguzzino anch’esso nudo ma pingue e osceno nell’esibire armi e genitali con un unico arredo, il suo elmetto tedesco con tanto di chiodo teutonico (che nella seconda versione dell’opera perderà somigliando più ad un vaso da notte). Formelle bronzee su tema cristologico esposte a Milano per la prima volta nel ‘41, frutto di una profonda sofferenza dell’artista sui mali del mondo visti come autentico “Calvario”, ma affatto apprezzato dalla critica ortodossa e dalle alte sfere papaline che lo misero al bando. Proprio lui, lo scultore dei “Cardinali” maestosi e giganteschi porporati in mostra a Roma, a Bologna e a Venezia. E infatti i contrasti, pur se molto aspri, lasceranno ben presto il posto a importanti committenze basate sulla convinzione di una profonda e sincera fede, tanto da voler affidare a lui la realizzazione di una delle Porte bronzee, quella della “Morte” della Basilica di San Pietro nel 1963.
Anche Lucio Fontana vive la crisi di quegli anni difficili con la stessa ansia di Manzù e dell’umanità intera. La tragedia dell’esistenza traspare nella sacralità della figura di Cristo morto in croce e i suoi “crocifissi a tutto tondo” incantano e trasmettono vibranti emozioni. Lui, il pittore e scultore dei tagli iperbolici nella ricerca spaziale dell’invisibile trascendenza. Lui, il nudo e l’astratto, tanto minimalista da lasciare esterrefatti, lui così enigmatico con il suo linguaggio che parla di spirito. Uno “strano interludio” per due Artisti tanto diversi eppure simili per il contenuto umano, il desiderio di pacificazione e di fratellanza.