Ogni ora chiude un negozio, l’online alla conquista del mercato.

 

Nel 2017  l’emorragia di attività di vicinato non si è fermata: complessivamente hanno chiuso senza essere sostituite circa 10mila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, al ritmo di un negozio sparito ogni ora. Oltre la crisi economica che ha investito l’Italia una grossa fetta del settore è stata conquistata dal commercio online. Nel 2017 le attività che si occupano di commercio via internet sono arrivate a sfiorare quota 18mila, con un aumento dell’8,4% rispetto all’anno precedente, cui si sommano quasi 10mila negozi offline che hanno aperto una vetrina anche sul web. Ma la vitalità dei piccoli non basta a ‘sfondare’ un mercato estremamente concentrato: i siti italiani minori del commercio online, infatti, raccolgono ancora meno del 5% del totale delle vendite via internet del nostro Paese. È quanto emerge da un’indagine condotta da Confesercenti sulla base dei dati camerali e dell’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano.

Purtroppo però l’ Ecommerce è un settore ad altissimo tasso di competizione, in cui trovare uno spazio al di fuori dei grandi marketplace come Amazon ed eBay è molto difficile. A incidere è anche un dislivello fiscale tra le attività italiane e quelle estere operanti nel nostro Paese, che permette a queste ultime di essere più competitive sul fronte dei prezzi.

Ma grandi o piccoli rivenditori che siano comprare online ha i suoi vantaggi: compro on line perché risparmio, compro su internet perché non ho tempo, ordino la sera  e me lo consegnano a casa in 24 ore. Se poi si acquista sulle grandi piattoforme come Amazon spesso sono gli sconti a catalizzare l’attenzione. Non sembra esserci modo di arginare la crisi del commercio di vicinato e questo porterà irrimediabilmente ad un cambiamento delle nostre città: sempre meno negozi aperti. Gli appelli delle associazioni di categoria non mancano. Ogni volta che compriamo un oggetto online perchè costa meno, ogni volta che usiamo il negozio sotto casa come un camerino (lo provo per vedere se mi sta bene ma poi lo compro comunque online), ecco, ogni volta che compiamo una di queste azioni, pensiamo ai posti di lavoro che andranno persi. Ogni volta che ci comportiamo così contribuiamo a  cambiare completamente l’aspetto delle nostre città: niente più due passi per vedere le vetrine, niente più vie illuminate, con la mancanza di sicurezza e pulizia che questo comporterà. Perchè non ci nascondiamo dietro un dito: sono i negozianti a tenere spesso pulite le nostre strade e a renderle più percorribili grazie alle luci delle loro insegne. La chiusura di numerevoli esercizi commerciali comporta anche un altro fattore: niente lavoro stabile niente compere, sia online che in negozi di vicinato. Una cane quindi che si morde la coda. Le statistiche e le previsioni sono comunque chiare e poco si può fare, forse servirebbe capire come aiutare i vecchi negozianti costretti a chiudere, a trovare nuovi impieghi nel nuovo mondo della tecnologia.

 

Crisi del commercio in numeri

I dati delle vendite degli ultimi cinque anni – spiega l’ Ufficio Economico – mostrano una profonda crisi soprattutto per le imprese del commercio tradizionale. Il comparto cumula una riduzione di quasi 10 punti percentuali del valore delle vendite, con perdite rilevanti sia sul fronte dei beni alimentari (-11%, circa 2,4 miliardi di euro in meno) che su quello del no food ( -9,3%, pari ad una riduzione di circa 4,5 miliardi di euro). I consumatori italiani, effettivamente, sembrano aver tagliato tutti i possibili acquisti nei negozi. A parte le vendite alimentari, che però crescono solo dello 0,1%, tutte le altre voci appaiono negative. Perfino quella relativa a farmaci e prodotti terapeutici, un tempo giustamente ritenuta incomprimibile, ma che in questi sei anni ha registrato una flessione del 7,4% delle vendite. Ma a perdere più di tutti sono le vendite di libri, giornali, riviste e prodotti di cartoleria, che registrano una contrazione del 15,6%. Picchi negativi anche per gli elettrodomestici, in discesa del 10,4%, e dei prodotti moda: abbigliamento e pellicceria scendono del 7,9%, mentre le vendite di calzature e articoli in cuoio lasciano sul campo il 7,5%. E pure le nuove tecnologie sono al palo: l’informatica e la telefonia mostrano una flessione del -12,6%.

 

Eugenia Belvedere