Luigi Pirandello e Marta Abba

 

             “Una corrispondenza d’amorosi sensi”

 

Barbara Gazzabin

 

L’Evento

 

A 150 anni dalla nascita, nulla è cambiato in casa Pirandello, in via Bosio sulla Nomentana, che proprio in questi giorni è diventata teatro di una Mostra in tandem con Villa Torlonia. Entrando nell’abitazione si è accolti da un clima di serena armonia nella quotidianità della vita domestica. Ad accogliere i visitatori l’immancabile papillon in bella mostra, le pantofole accanto al letto,e sulla toletta le fotografie della sua Musa ispiratrice Marta Abba.

 

L’Eletta

 

Così la definisce lo scrittore nel suo copiosissimo scambio epistolare ( 600 lettere)

con l’attrice, amica nell’intimità dell’arte e della vita.”Una corrispondenza d’amorosi sensi”tra l’interprete e l’Autore dei più famosi lavori teatrali del ‘900, quelli che ancora oggi campeggiano imperterriti sulle locandine di tutti i palcoscenici del mondo. E a calcare la scena, lei, l’insuperabile “Prima donna”. Marta Abba, un’attrice brillante, passionale, sensibilmente magistrale nel calarsi nei ruoli più intimi, nell’interpretare i personaggi più emblematici, nel penetrare ogni singolo spasimo di un animo complesso e tormentato, come quello di Pirandello.

 

L’incontro

 

S’erano conosciuti nel 1925. Era appena passata la Grande Guerra con la sua lunga scia di sangue e la gente ancora si leccava le ferite, ma per quell’istinto di conservazione innato e incontrollabile, c’era anche il desiderio di rinascere dalle ceneri e reagire malgrado tutto. Pirandello era già uno scrittore affermato, ma con la voglia di cimentarsi anche nel teatro. Per questo aveva dato vita alla “Compagnia del teatro d’Arte”a Roma in via Odescalchi. Nell’intenzione c’era una idea ancora vaga e in nuce di sperimentare un nuovo aspetto dell’umanità ferita, non più solo “Vinta” come nel teatro verista, né alla maniera di Zolà, bensì tragicomica dietro la maschera del falso perbenismo borghese. Per questo era necessario scegliere con cura il cast ed in particolare il ruolo di “prima donna”. Folgorato da una critica di Marco Praga su una giovane promessa delle scene, definita come un’attrice impetuosa, passionale ed esuberante, Pirandello volle assolutamente scritturarla, disposto a pagarla con un compenso astronomico per la parte di protagonista di “Nostra dea”. E’ l’aprile del 1925: da allora Marta Abba resterà per sempre la sua “Dea”.

Nascono così le sue più belle commedie. Accanto a lui, per aver creduto sin dall’inizio nella grandezza del personaggio, l’inseparabile Marta Abba. La sua ancora di salvezza, il suo punto fermo in quel mare di incertezze, angosce, “mascherature di  squallidi eroi,” creature amare e grottesche di una società in dissoluzione che falsa e distorce la realtà sotto la veste del perbenismo e delle rispettabilità, soffocata dentro le pareti di un mondo privo di senso. Dal loro incontro nascerà un sodalizio che porterà fama, fortuna e notorietà ad entrambi. . Il successo dell’uno diventerà il successo dell’altra, tanto che lei diventerà in Italia e all’Estero l’immagine vivente del teatro pirandelliano.

 

Un amore platonico

 

Lei è una giovanissima e promettente attrice milanese di 24 anni, lui, agrigentino per nascita, sta per compierne 58. Lei sorride alla giovinezza, lui è già sposato e vive l’agonia di una moglie caduta nel baratro senza fine di una malattia incurabile causata dal crac finanziario della sua famiglia. Lui afferra l’impossibile, intrecciando un linguaggio che diventa Teatro; lei è totalmente inebriata dalla personalità del suo Maestro. La loro è la storia di una passione mancata tra le righe di un grande amore. Si scriveranno fino ad una settimana prima della morte di Pirandello nel 1936. Lei, che in quel momento recitava a Broadway, riceverà la sua ultima lettera soltanto post mortem e la leggerà pubblicamente sul palcoscenico del teatro. Un amore platonico declinato sul filo della disperazione di un uomo ormai in declino, che attinge la sua linfa vitale nella freschezza esuberante di un fiore in boccio, tenacemente ferma nel proposito di tenere vivo questo legame, pur fragile, tra il Maestro e la sua Musa legata indissolubilmente a lui a cui deve la sua carriera di attrice e la sua formazione intellettuale. Un “Mal giocondo” fissato solo sulla scena e mai nella vita. Per lui è passione, per lei ammirazione. “Sono come tu mi vuoi e se non mi vuoi più, io, per me stesso, non sarò più nulla e vivere non mi è più possibile”

 

Dedica

 

Di lei l’Autore scriverà in uno dei passi più intimi delle sue epistole: “Ho tutta la mia vita in Te, la mia arte sei Tu; senza il tuo respiro muore: Tu stai creando e non lo sai, Tu con la potenza della Tua arte, coi toni della Tua inimitabile voce, col fulgore dei tuoi occhi che trovano lo sguardo per ogni passione, stai creando con l’ardore della Tua mente, del Tuo cuore, da tutta la Tua persona è venuto in me, perchè io lo trasfonda nell’opera che attraverso te sto scrivendo e che non è mia ma Tua: creazione Tua”

Marta Abba arriva a noi così, elegante e raffinata, sublime e realista, misurata e appassionata, proprio come il loro rapporto, intimo ma mai sensuale sul palco come nella vita.