Lo sciocco chiacchiera, gli spiriti dotti tacciono

Generalmente i proverbi portano impresso lo stampo ed il carattere della Città a cui si riferiscono, chiarendo gli usi, il modo di vedere, di sentire e di pensare dei suoi abitanti.

È da augurarsi che la frase scritta in tedesco per titolo alla veduta di Velletri incisa su rame di Daniel Meissner del 1640, intitolata Blitri in Italia, sia un consiglio ai Velletrani dell’epoca anziché un giudizio sul carattere degli stessi, in quanto la traduzione letterale di tale locuzione: Molte parole, poco lavoro / come quella Chi parla troppo non rende non farebbe onore alla laboriosità dei suoi abitanti. Tale concetto è ripreso nel distico elegiaco riportato nel basso della stampa in latino ed in tedesco:

Dolia plena silent, si tundis, / inania clangunt.

Mente carens garrit, / pectora docta tacent.

Questo incisivo proverbio può essere considerato, al pari di tanti adagi, prodotto dell’umanità, che cristallizzò in esso l’esperienza ed il buon senso del passato condensato in una formula breve e concisa:

Le botti piene, se percosse, non risuonano,

vuote rimbombano;

lo sciocco chiacchiera,

gli spiriti dotti tacciono.

E per chiarire ancora di più il concetto, nella stampa sono inserite in primo piano due botti, una piena ed una vuota, con un “bottarolo” che percuote quella vuota in quanto nel basso ha uno squarcio nel fondo e fa capire, portando il dito all’orecchio, che rimbomba.

Questa incisione del Meissner venne ripresa da quella precedente di Georgius Hoefnagel per inserirla nella sua monumentale opera del 1640 Sciographia Cosmica edita a Norimberga da Paulus Fürst con l’aggiunta di proverbi e motti latini per titolo ed in calce alla stampa.

È da notare che anche in questa veduta la città di Velletri non dà confidenza alla campagna ed è tutta serrata all’interno delle mura sulla parte più alta del promontorio lasciando, tra le prime case e le mura di cinta, orti e campi ben coltivati; una città nella quale i suoi abitanti, in biblica armonia, trovavano da vivere e da progredire oltre che nelle attività liberali soprattutto nel “campo” ove si coltivava la vite, il frumento e l’olivo, nel “procoio” in cui si allevavano i cavalli ed i buoi e nella “masseria” con i pastori che portavano al pascolo le pecore e le capre. Incisioni come questa sono una testimonianza preziosa di una città che non esiste più e ci inducono a ricordare le ore nostalgiche dell’attesa a guardia delle mandrie e quelle aspre del lavoro nei campi di intere generazioni.

Fa parte dello stesso volume anche quella vista panoramica dedicata a Roma – definita “Caput Terrae” – che al contrario si legge amor, incisione che oltre a rappresentare una veduta della città, peraltro abbastanza approssimativa riconoscendosi solamente il colle capitolino, vuole contrapporre la Roma sacra consacrata da San Paolo, riprodotto sulla sinistra della stampa, a quella pagana simboleggiata da Cicerone nella parte opposta.

Tale concetto viene spiegato nel basso dell’incisione con un distico elegiaco scritto sia in latino che in tedesco la cui traduzione suona così:

Paolo insegna a Roma le cose sacre

Cicerone insegna a parlare in latino

L’uno e l’altro hanno portato un prezioso dono.