Intervista a Gianmarco Tognazzi

Tradizione e innovazione viaggiano sulla stessa strada per Gianmarco Tognazzi che si sta dedicando anima e corpo alla sua amata Tognazza, l’azienda nata dalla passione ereditata dal padre Ugo per il vino e la terra.

Tutto è iniziato come un tributo a mio padre, ma poi ho pensato: Ugo era un innovatore! E così ho iniziato a ragionare come lui

Con lui è impossibile prepararsi uno schema da rispettare. Si parte da una domanda, magari sul cinema, una delle grandi passioni ereditate dal padre, per ritrovarsi, così senza accorgersene, a parlare di vini, cucina, politica e tanto altro. Terzo figlio del grande regista e attore Ugo Tognazzi, Gianmarco è un uomo pieno di cose da dire e da fare. Una persona che ama la terra in cui vive, quella campagna veliterna scelta e amata dal padre Ugo come luogo dove sentirsi a casa. Dall’uscita del suo nuovo film “Il ministro”, una commedia sulla corruzione dalle tinte noir, alla sua grande passione per il vino che produce nella Tognazza Amata, l’intervista con Gianmarco è stata un’intensa chiacchierata: si è parlato delle sue tante passioni, coltivate con impegno, cura e pazienza, perché le cose più belle sono sempre quelle che si fanno attendere.
La Tognazza Amata, l’azienda nata per volontà di Ugo è oggi una realtà in continua crescita. Ci puoi spiegare il segreto di questo successo?
In questi anni abbiamo dimostrato che fare le cose con gusto e passione porta lontano. La Tognazza Amata all’inizio per me era nato come un tributo dedicato ad Ugo e alla tenuta dove sono cresciuto e dove da una decina di anni sono tornato a vivere. Nel 2009 ho ripreso a fare il vino e l’olio come quando li faceva lui per se stesso e per gli amici che ci venivano a trovare, con quello stesso spirito conviviale che animava lo stile di vita della mia famiglia. Tutto è nato, anzi direi rinato, da li. Siamo partiti proprio dalle vigne, da quella realtà messa in piedi da Ugo negli anni ‘60, a cui tanto teneva e si dedicava. In questi anni mi sono appassionato ed ho iniziato a conoscere e addentrarmi nel mondo del vino, nei suoi tecnicismi e nelle sue dinamiche produttive e di immagine. Così un giorno ho deciso, di comune accordo con i mie collaboratori, di dare una svolta e tramutare il tributo e quella piccola realtà in una vera e propria azienda. Così nel 2012/2013, quando ci siamo resi conto che dovevamo fare “il salto”, sia a livello produttivo e di vinificazione, dovevamo cercare un po’ oltre quello che ci offriva il nostro territorio, abbiamo rivoluzionato tutto ed iniziato un nuovo percorso. Dopo aver contattato diverse cantine, ne abbiamo trovata una a Ficulle, nell’alto Lazio, che faceva proprio al caso nostro. Ed ora è li, in quel luogo che la nostra linea produttiva e la nostra filosofia hanno trovato la giusta dimensione. Questo cambio di rotta ha comportato molti sacrifici ed un conseguente completo rinnovamento anche nell’immagine della Tognazza. Mi sono detto: “la tradizione è importante, ma Ugo era un innovatore! Perciò ho iniziato a ragionare come lui. Ho preso coraggio. Il cambio di immagine si è concretizzato nel 2015, anno in cui ci siamo presentati al “Taste of Excellence” a via Tirso a Roma, dove sia il prodotto che la nuova immagine della Tognazza, hanno riscosso grande apprezzamento e grande interesse. Ad ottobre usciremo con due nuovi vini, chiamati “Casa Vecchia” (con riferimento alla casa nella quale abitavamo e dove sorgerà un museo) e “69” (chi vuol capire capisca!). Allusioni a parte, in realtà, il nome “69” è un omaggio al primo anno di vinificazione della “Tognazza”. A questo punto credo che, per il prossimo anno, saremo pronti per partecipare a Vinitaly e ad altre manifestazioni di settore con dei grandi vini, e a far conoscere la nostra azienda, che, come dico sempre, “è un’azienda seria, molto poco seria”. Nel senso che, il nostro obiettivo, non è solo produrre vini di alta qualità, cosa per la quale certamente ci impegniamo al massimo, ma anche riuscire a comunicarli in maniera autoironica, insomma, raccontare delle storie ma senza prendersi troppo sul serio. Per questo, oggi, “La Tognazza” è una realtà alternativa nel mondo del vino, un’azienda fatta di persone che condividono una filosofia e la portano avanti con la stessa passione che ci avrebbe messo mio padre.
Diverso invece è l’obiettivo dell’associazione “Amici di Ugo”, della quale si occupa principalmente tua moglie Valeria. Ci puoi raccontare come è nata e qual è il suo obiettivo?
Questo processo di innovazione andava concluso e per farlo bisognava cambiare il rapporto che esisteva tra la Tognazza, luogo fisico, l’associazione culturale e l’azienda. Come famiglia, come filosofia del life style Tognazzi, abbiamo messo in piedi l’associazione “Amici di Ugo” per organizzare quelle iniziative che sono però svincolate da dinamiche commerciali proprie dell’azienda. La nostra associazione vuole essere uno strumento culturale e solidale attivo sul territorio, con la quale vogliamo valorizzare i Castelli Romani (e non solo) e le loro peculiarità, e chiaramente tutto l’universo Artistico ed Enogastronomico che ruota intorno alla figura di Ugo e dei suoi amici “speciali” che frequentavano casa quotidianamente. Abbiamo in programma anche una serie di attività: dalla solidarietà, agli eventi enogastronomici, fattorie didattiche, corsi di formazione, cineforum e teatro. Per questo abbiamo voluto distinguere gli obiettivi dell’azienda da quelli dell’associazione.
Parliamo di cinema: è uscito nelle sale il nuovo film di Giorgio Amato “Il ministro”, dove interpreti un imprenditore corrotto che tenta a sua volta di corrompere. Qual è il messaggio di questa commedia noir?
“Il ministro” è un film che ci fa ragionare su come la bassezza e l’ amoralità di certi comportamenti umani sia diventata talmente diffusa in tutti i rami della società, tanto da non avvertirla più come qualcosa al di fuori delle regole, bensì a confonderla perfino con la normalità. Se negli ambienti politici e istituzionali risultano all’ordine del giorno comportamenti corrotti, anche nella vita di tutti i giorni, tra la gente comune passa un messaggio sbagliato, ossia che senza menzogne e sotterfugi non si arriva da nessuna parte. Nel film non c’è neanche un personaggio che si salva dalla bassezza umana, a parte il cane. Non ci sono nè buoni né cattivi. Sono tutti semplicemente e tremendamente miserabili.
Di recente sono stati assegnati i David di Donatello 2016. Cosa pensi dei film e degli attori premiati?
Dal mio punto di vista, sinceramente non vedo molta differenza dagli anni passati. L’outsider, la novità l’abbiamo avuta ogni anno in generi diversi. Quest’anno una serie di film hanno portato un’attenzione particolare, come se ci fosse la percezione di uno strano cambio di rotta. In realtà, a mio avviso, la rotta è sempre stata in una fase di cambiamento e crescita rispetto ad una crisi che il cinema ha attraversato qualche anno fa. Per me, che sono dell’ambiente, non è certo una novità il talento di Alessandro Borghi o di Luca Marinelli. Erano sconosciuti al pubblico ma non certo a me. Lo stesso Gabriele Mainetti, il regista di “Jeeg Robot” e le sue potenzialità, le conosco da una vita. Per me questi David non sono tanto delle novità, quanto delle conferme che la fenomenologia autoalimentata sia purtroppo ancora la costante del cinema italiano. Mi spiego in termini più comprensibili. L’Italia è un paese che non tende a costruire, piuttosto aspetta che le cose si auto-generino, per capacità, per talento o a volte anche per coincidenza. A quel punto si cavalca l’onda di questi fenomeni attribuendogli il volto del cambiamento. Ad ogni modo i premi mi hanno soddisfatto. Se devo dire la mia riguardo ai David, come per gli Oscar, preferisco molto più i festival.
Sei stato presidente di giuria del Festival Teatrale il “Tarocco D’oro” , vinto dai ragazzi dell’istituto G.Vallauri di Velletri. Tra di loro hai visto dei nuovi talenti?
Devo dire che i protagonisti della finale sono stati veramente bravi. Hanno presentato progetti molto ambiziosi. Ma la forza e l’idea comunicativa messa in piedi dai ragazzi del Vallauri, che hanno rappresentato “Il viaggio”, mi è arrivata diretta al cuore. Tutti i ragazzi erano dentro la scena, dimostrando una serietà e una disciplina che hanno catalizzato totalmente la mia attenzione.

Maria Rita Cappucci