Andrea Camilleri augura buon lavoro al “Velletri Book Festival”

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Quando arrivò la mail di invito, Eugenia ed io fummo prese da una gioia incontenibile. Avevo già avuto in passato la fortuna di intervistare il grande scrittore Andrea Camilleri, ma, essere ricevute nella sua casa, nello studio che tutti noi ammiriamo quando appare in tv, era una bella opportunità e una grande soddisfazione dal punto di vista professionale. Il professore ci ha accolte con gentilezza, mettendoci subito a nostro agio, tanto che la nostra intervista è diventata una chiaccherata confidenziale, attraverso la quale abbiamo percepito un’umanità e semplicità che solo i “grandi” posseggono.
Fin dall’inizio ha dimostrato grande interesse per la nostra iniziativa incorragiandoci ad andare avanti consapevole delle difficoltà che si incontrano nel voler “fare cultura”. A lui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti e un grande abbraccio.

Cosa ne pensa del Velletri Book Festival ?
Signore mie cosa si può pensare! Se fossi il Papa vi benedirei, vi darei una benedizione speciale perchè iniziative così sono controtendenza. Oggi in Italia la lettura è calata, c’è un disinteresse nei confronti della cultura che fa impressione. Disinteresse da parte degli organi diciamo preposti. Iniziative come il “Velletri Book Festival”, sono sempre iniziative nate da un’idea di privati. Il fatto che paghiate l’affitto è un esempio, questo è andare contro. Voi ci mettete lavoro, fatica e questa è la ricompensa: pagate l’affitto. E’ desolante. Quindi spero che la vostra iniziativa abbia successo, tanto da durare nel tempo, e, vista la vostra impostazione di coinvolgere le scuole e il territorio e di non mirare alto, credo possiate riuscire. Il vostro non mi sembra il Festival di Mantova che è alla fine una passerella di scrittori. Lo so perché ho partecipato per tre anni, la vostra mi sembra una buona idea, fondamentale e diversa da altri festival per il collegamento strettissimo con il territorio e la scuola. Parlate di libri ma non al vento. Se riuscite, meritate una medaglia al valore culturale. Non esiste in Italia, ma dovrebbero inventarla e darvela, anche perché la vostra iniziativa nasce da una sorta di generosità. Perché, facendo questa operazione, voi regalate cultura: non è che promuovete la coltivazione delle fave, anch’essa importante, ma a livello in cui si trova l’Italia sul piano culturale, credo che queste iniziative che nascono spontaneamente, sono da incoraggiare con l’augurio che possano moltiplicarsi. E fatemi sapere come è andata. ”

Grazie, parole bellissime professore che ci danno coraggio e nel contempo ci preoccupano: come se ci servisse tanto sostegno!
Serve, serve. Non so se il fatto però di aver guardato verso la signora sia stato un problema per le riprese.

No, no non si preoccupi. Ora vorrei farle delle domande che da lettrice avrei sempre voluto farle
Ma che non avete mai avuto il coraggio di fare.

Esatto! Vorrei chiederle qual è il libro che avrebbe tanto voluto scrivere lei
Il libro che avrei tanto voluto scrivere, l’ho scritto. Diciamo che è “Il re dei Girgenti”. Poi ne ho scritto un altro che è quello che avrei voluto scrivere in tarda età, cosa che ho fatto infatti. Però non l’ho dato a nessun editore.

Quindi è qui da qualche parte in questa casa…
No, non sta in questa casa. Ne ho fatte fare mille e cinquecento copie numerate, stampate a mie spese e l’ho mandate a miei amici.

Non possiamo sapere niente: di cosa parla, qual è il titolo?
Il titolo è “Parla, ti ascolto”.

Un testo, un libro, se c’è, che ha odiato scrivere?
No, non c’è niente che abbia odiato o che sia stato costretto a scrivere, se non volevo non lo facevo. Vede, se mi chiedevano cose che non mi andava di scrivere, rifiutavo. Io non ho mai scritto una cosa controvoglia, perché non avrei saputo scrivere, mi sarei paralizzato. Non riesco neanche a scrivere cose che i miei lettori si affrettano a suggerirmi. Spesso succede che qualcuno mi avvicini o mi scriva: dottor Camilleri, allora le racconto questa storia che è accaduta al mio paese che penso potrà interessarla, ecco niente, cadono nel vuoto.

Se non avesse fatto lo scrittore, o il regista teatrale, si immagina cosa altro avrebbe potuto fare, chi sarebbe diventato?
Certo cara, l’ho sempre saputo. Deve sapere che io sono nato in un paese che è a un metro sopra il livello del mare. Chiaro? Quindi io mi addormentavo tutte le notti della mia infanzia e anche oltre, cullato dal rumore del mare, che è la cosa che mi manca più di tutte qui a Roma. Io nella mia bambinaggine vedevo sempre a casa mia ufficiali di marina, ammiragli, tanto che quando venne a trovare mia nonna Luigi Pirandello lo scambiai per un ammiraglio perché era vestito in divisa dell’accademico dei pari, e volevo entrare in Marina. Cioè volevo fare l’ammiraglio.

Giusto, aspirare sempre al massimo
Una decina di anni fa a Portaportese vedemmo ad un banco una splendida divisa di ammiraglio, mia moglie disse: vuoi che te la compri e te la metti in campagna?

Ecco, pensavo suggerisse per carnevale che era peggio
Esatto! Comunque so benissimo cosa avrei fatto ma non l’ho potuto fare perché divenni miope precocemente e quindi non avevo la vista necessaria per fare l’esame all’accademia navale di Livorno, però se fossi stato in regola l’avrei fatto.

Fortuna per noi però visto che abbiamo perso un ammiraglio ma guadagnato uno scrittore. Cosa ama leggere, Andrea Camilleri?
Amavo leggere, mi tenevo informatissimo sulle novità italiane. Poi ho dovuto cedere per i problemi alla vista. Ci sono libri che rileggevo abbastanza spesso, come Faulkner, l’Ulisse di Joyce, Gadda, Sciascia, sono tutti su questo lato della libreria, e sopratutto Pirandello, che ovviamente è stato molto importante per me. Ho appena fatto il conto: tra radio, teatro e televisione ho messo in scena 40 volte Pirandello. Per esempio in radio ho fatto anche la riduzione dei romanzi per i giovani.

Un consiglio che darebbe ad un giovane scrittore oggi, soprattutto visto che escono qualcosa come 60 mila novità editoriali ogni anno, secondo lei cosa serve per fare un pochino la differenza?
Quante ne escono?! 60 mila? Ai miei tempi ne uscivano molte di meno. Comunque consiglio di continuare a scrivere e di dare l’anima sulla pagina. Io non rileggo i miei romanzi, appena sono pubblicati tendo a dimenticarli. Provo una sorta di sofferenza a doverli riaprire, a doverli rileggere ad anni di distanza, soprattutto quando un maledetto traduttore cinese mi scrive per chiedere spiegazioni. E questo sia perché ci metto l’anima ma anche perché penso che non si riesce mai a dire compiutamente, al cento per cento, a dire quello che avresti voluto. Io mi sono quasi creato una mia scrittura, perché in quel modo riesco a toccare il 99 percento di quello che avrei voluto dire, con l’italiano resto sempre un po’ più sotto.

Come ultima domanda, una curiosità anche se mi vergogno un pochino a farla: li facciamo sposare Montalbano e la signorina Livia? Anche una unione civile.
No, non si sposerà. Guardi l’ultimo romanzo di Montalbano è scritto, l’ho scritto undici anni fa e non si sposa.

Debbo dare questa brutta notizia a mia madre
Me lo chiedono spesso. In Sicilia invece mi chiedono: ma pichì si mise co sta ginovese? Tempo fa ho ricevuto una cartolina che riproduceva la veduta di Boccadasse e diceva: Salvo, mi sono veramente stancata di te! Era una lettrice che mi scriveva da parte di Livia contro il povero Montalbano. Infatti è insopportabile, se fossi donna col cavolo che me lo sposerei uno come Montalbano.